Tra le pieghe del pigiama a righe
7 febbraio 2012
Allopatia per malìa
gli incubi del pomeriggio
naufragio di riposo
solo mi trovano, l’agogico
e rubato il tempo
si disfano, si tralasciano
nel loro plumbeo
e solo mi lasciano adagio.
Sono armi del tuo pallore
intorno al vermiglio vivo
quando aprimmo gli occhi.
L’unico guanciale, la cinta,
mi profumavano la pelle
come in un’indigestione
d’aver visto e toccato
il marsupio tra le stelle
col futuro nel suo pieno.
Sono alcaloidi dell’ergot,
telefoni, peli nelle uova,
il mio cappello da uomo
e l’amore delle cose tue.
Ricordo che mi dicevi di noi due.
Cupidigia il crimine cui sono all’accusa,
il farmaco etico, la morale che lo scusa
bussano schiusa porta e fanno all’erta
la meteorologia, neve, qualche foto tua.
Omeopatia
1 febbraio 2012
nido di città tanto nuvolo che sarà sereno
la gioia s’aspetta in chiacchiere di risacca,
per sfiducia, scontento non è sentimento
- e lascia stare l’aritmia
della metafora e della cortesia.
Quando fui pazzo tu fosti la follia
quando sono nel traffico tu sei la città
e quando sarà vento tu sarai l’argomento.
Come arabi cristiani infreddoliti e le mani
impegnate nelle buste gerbere
in un fagotto violino contante consumi,
fate folate e minuti.
Il mestiere è l’amare quella retta
che trasvola gennaio in un ritorno
e sa il carnevale come uno scherzo,
s’affretta alle vetrine e si fa i saldi.
Strega delle stelle che strusci il sole,
spreco d’amore nel cielo che spendi,
se vuoi invisibili e ricche in destino
le costellazioni di storni per passerotti
libri contabili, di bordo, di crociera
di qua del ponte degli angeli.
Tentacoli e confidenze, assurde credenze
in piazza, scaffali pieni di vuota memoria,
però c’è la primula, il freddo,
c’è che annuncia la sua neve
che sempre sembra lieve e tiene il pane.
Il pubblico dominio
26 dicembre 2011
nell’eterogeneità di sinonimi della noncosa
temperare il tempo, è il mestiere del sogno.
Viene la festa, la sostituzione del calendario,
il sole, il riflesso di Roma che lascia pensare
che il freddo sia quasi tutto passato,
invece – l’inverno che è solo iniziato -
sono le voci nel vento che si è solo posato.
Il vociare dell’accordo di tredicesima
21 dicembre 2011
Nazione nell’inverno che genera monti
dissestati come i conti, valori insistenti
incredibilmente inconsistenti, e quanti
ne parlano, sono già andati all’inferno,
hanno da insegnare, ridire, sanno fare,
si perdonano pentiti e si sanno iniziare.
Popolo dei morti in calamai raccomandati,
clienti, dagli stupori a lucette intermittenti
nel mondo di rarità termosensibili, popolo
ansioso risolutore di problemi colpa d’altri,
di sante reliquie canforate con l’imperizia
degli impalcatori e dei corruttori ufficiosi,
popolo di ruspisti, pizze d’impasti surgelati
e baristi di fondi già privi delle divinazioni,
traina slitte e strenne di plastiche tossiche
e arrampicati tra i contributi insufficienti,
festeggia il tuo natale sulle rive a te care,
senza amnistiare dalla sabbia la tua testa,
lascia che l’acquisito per diritto d’orbace
ti rappresenti col rotacismo della feluca,
che i bruti, anatroccoli del potere, abbiano potere,
che bei figli del bel clima mutante facciano bei figli
e le facce zingare li boccino smolli in sonni infedeli.
Gente di giornalisti da panchina e allenatori in fuga
lasci tutto com’è. Arriva a meta Motta, getta l’anno
alle spalle dello specchio, riforma anche l’orecchio,
e resta di marmo, di stucco o sasso, resta te stessa.
Metti a sera anche il bambinello nella solita ressa
come un ciocco nel camino dei parenti e indìgnati
sul tuo viso col tempo che passa, in fila alla cassa
o mentre fai il filo alla stadera dell’altra giustizia,
arcano tra gli scioperi del presepe dei tuoi trionfi.
Pensare è gratis
16 dicembre 2011
Una canzone bella o una bella canzone,
nebbia di porto, porta d’Europa, parco
di nazioni neutrali e di carboni ardenti
di sarde sulle strade infide e quell’idea
ondeggiante del vero. Una nebbia fitta
lo stridere dell’affilatura e dell’ocarina,
i garofani fuor di stagione e nella storia
lasciano credere serio e di paglia il mare
e grandi santi salvatori se visti di lontano
come corvi e caravelle. Belle le gambe
di ballerine ferme, pochi fiati gabbiani,
facce meticce, impero che lascia tracce
in carrubi e banani, pisciatoi per barbari
e commercio d’umidità di stucchi illesi
dei muri sbeccati dai ricchi panni stesi.
Cloe di Venosa, degli eteronimi di rosa,
dopo la Bibbia e Topolino dea e destino,
ti fai città, provincia e continente
tra pani farinosi e porci neri,
speculi sul futuro che fu ieri
o ti traslitteri nella storia che è domani.
Alta complicazione e puntualità
26 novembre 2011
(del sistema e del complesso dei segni con cui si ricorda l’amore e se ne distingue l’umore ma anche delle operazioni in virgola mobile per secondo).
Quando ho saputo che Dürrenmat era morto,
sono arrossito assai poco del mio ritardo.
Per me vivo, vegeto, era però una reversione
da traduttore degli orologi nel cassetto,
fato demiurgo di famigerate bevande amare.
Mi sembrava di ieri l’altro il tuo saluto
per un dopodomani e vacanze mediterranee,
del resto non fai poi molta differenza
se quel che è scritto è stato scritto già morto
e fermo non ho saputo rimaner muto.
Orde e barbari pensieri nei riposi, micrometri
di felicità, sentimenti suscitati da tutti, gl’altri
come l’amicizia, la simpatia, come l’amore o
l’incredulità, un poco pingue di grassi buchi,
avrebbe obiettato ottimista, che non i denari
fanno meno grigio il funzionare ed il futuro
ma la libertà di barba nello specchio madre,
la verità bagnata tra le briciole di colazione.
A differenza di drammaturghi e scrittori veri
i poeti rifiutano senza aver studiato
d’accostare sé al sì e ma anche a proprio no,
così, eppure con pergamene balene
non mi posso pinocchiare, prendo da vivermi,
mi acciottolo in poltrona a digitarti.
Una vita zitta per fare la rima e per spogliarti.
La casa in fiamme
21 novembre 2011
Anche in merito al problema dei ponti di Königsberg e all’opera prima di Guillermo Arriaga
Contro la pedagogia istituzionale ed ogni convenzione,
in funzione di variabile reale, il sole è sempre più a sud
e la sera si anticipa sulle chiese, in case e cose più noiose
come le carie, le balie, il lido di Den Haag noncapitale,
non come la fata poi bellissima, della liberalità, di avere.
Da Roma, i Dioscuri salutano anarchici, le polveri sottili
alla briglia, di travertino l’obliquo della stagione e d’ombra,
temo d’oriente la luce dalla colazione al postprandiale.
Prima che faccia presto l’inverno, che si lascino immutate
certezze e relatività, ricordo natale, pomice fino al tempo
di volerti. Nell’indeterminatezza, cuspide dello scorpione,
non chiedo a Babilonia, Chagall e non i numeri a memoria.
Bolle di sapone per giocare
1 novembre 2011
Mazzetta cronica di foglio in foglio
un sasso, un villaggio, un laghetto, un bagno,
banche d’affari e case grandi e lontane
dalla politica dei fori tutt’intorno a finestre
care. Il godere della feria, della storia,
di un impiegato dell’incoscienza migrata
dalla vena all’occidente in crisi
di transustanziazione sul punto percentuale.
Celeberrima responsabilità, sogno in rassegna
virtuale, il tre per due fa cinque e la stampa,
poltrona di gabinetto, della mano il disimpegno.
Luogo umano sullo spigolo della retorica
civiltà che senza volerlo fu di dita amiche.
Lavoro imparziale del tempo ambiguo,
ronzio che fa bello il bello,
immateriale didascalia e bella la giornata.
Un modello della realtà
1 novembre 2011
“Se abbiamo determinato arbitrariamente qualcosa, qualcos’altro deve accadere” L. W.
Di anno in anno la fuga nel concerto
per la mano sinistra di mia sorella,
figlia unica di un mondo allegro,
(quanto può dirsi si può dir chiaramente)
distante negli anni da quella carezza,
dalla verità che nego nell’assenza
del suo avvenire e dell’immagine
di cui non si può parlare.
Deve tacere l’amore morbido
quando il sole sale e il sale si secca al sole.
Il fatto nello spazio logico è stato
disaccordarci dove entrambi dovevamo
essere, tu un po’ in anticipo
-ma non a sufficienza!- ed io in ritardo,
per un problema minimo d’insussistenza,
quando era ormai improbabile
la tua presenza, e tutto il resto
sarebbe rimasto uguale. Didascalico
l’amico Ludwig, meccanica l’arancia
negli aperitivi, riflessa sulla ciliegina
che divina, ha senso in sé l’immagine di te,
del caffè, delle proiezioni vere a priori,
di altri tre capitoli, altre vite
rimangono fuori. Insieme
(una prospettiva sull’essenza del mondo)
più o meno una proposizione.
Brama nel comune scirocco
1 novembre 2011
Cielo bimbo pigro
che tieni i giochi, per il manico
le piogge e magre
piene in sogni di pizie infauste,
cadi come vuoi.
Sbalza sul covone non falciato,
accendi l’occhio
bianco azzurro degli antenati.
Ricorda l’angelo
in stipsi di religione prepagana
che regge pigro
futuro su nubi che dondolano.
Venti giorni dopo che iniziò il mondo
per Bisanzio la molle, nuova è Roma
e la pensione che finalmente langue
per la vittoria nella data di Maratona.
Un lustro, un anno, qualche giorno
(ma certo non ungo i capelli di burro)
saranno un eone, sempre ricordo.
La materia dei desideri
1 novembre 2011
Non cade la stella della sera
Lucifero che nasci senza scuola.
La filosofia delle cose, la fisica
delle persone sole, il sole
nemico, e dio una cosa, sapevo.
Avessi prestato attenzione
non avrei mai capito dolce
luna di bandiera, il sole gatto,
l’Egitto informe di turchi confini,
della gente l’ammassa e la folla
di petizioni per noia, la fame
di cospirazioni di fiato, fato
dei protestanti, degli anglicani
coi loro cani, dei liberal illiberali.
Ordinata la fila trasparente di pensieri
per cose necessarie non avrei escogitato
tra sassi nebulosi ammassi di cielo.
Vero. Ma nemmeno le rose di Maggio
potrei né chiederti alle stelle d’Agosto.
Dubbio di balneazione
1 novembre 2011
Ti mando una cartolina dell’essere.
Società per azioni che di libertà rivoluziona
l’età nel coltivare il vezzo del verso opposto
del manto, il tempo, il sole di giugno.
Sarebbe giusto il gusto del carnefice,
boia che non molla la Capitale
ed esatto lo scatto al baratto nell’avere
Roma o morte e poi aspettare che
fioriscano gli oleandri come i congiuntivi,
e rifiutare, rifiutare e rifiutare. Mare.
Singolarità di azioni così diverse in vita
e opera fumano e sognano come battelli,
come gabbiani spaventano in grandezza
dove volano solo colombi grigi e passerotti.
I cancelli del mare comune, impiegatizia
arremba la bimba stridula e la bomba
acidula, la ciambella unta d’olio
di malinconie in panne tali da giustificare
l’a sdraio e il sale in cui il grano trasfigura
e cade in mano come sole quando è maturo
l’amore coltivato.
Maestra dell’assenza la tua mancanza celeste
e della bicicletta Atala, dei ranuncoli
e dei gerani tra i miei vasi spinosi dove solo
una patata -o cosa sia- tiene l’anima in cucina.
Uccido le zanzare sulle offerte magnifiche
e progressive del mondo fatto di esigenze
a buon mercato. Nel gioco manca la carta
intestata, dell’avvocato una risma piena,
e finisco sempre a ricordare quel mio piccolo
bacio sul tuo piccolo seno.
Sciolti, slegati e prigionieri sono versi veri d’animali
e trofei da non mostrare nel presente e nel privato.
Una signora consiglia dal suo peso alla lei leggera
che la segue, quasi accecata, di non guardar passato,
di non aver storia. Vive e sembra come la mia
poltrona che mi tiene al lavoro eppur non paga.
Vorrai un giorno dirmi o scrivere d’aver capito
tre volte grande il bacio darei al mio dito e al sole
che teneva e ancora sogna nel sospeso.
In tanto lavoro pago, prendo, scappo e scrivo.
Mi rimando di anno in anno all’anno nuovo
ancora un mese per ogni anello che ti devo
ed ogni notte al suo mattino. Quando il certo
si bemolle che fu della mia mano e del francese
non fa le rime con le zolle del mondo tradotto
di Queneau, sono tra i moderni vangeli già
sociologici e incompiuti di Zolà e come buona
novella vivo tra le briciole, gran rifiuti di papi
di gesso, del grasso che ne cola e poi
tra i fortunati, l’agenzia delle entrate mi schiera
in un revival di censura che non vuol sentir memoria.
Era primavera, era estate come lo è tutt’ora
e poi l’inverno in cui non sei più nuda.
Sulla strada del ritorno dopo tanto riposo
la venere ottentotta si ripete come le migliare
quando sul finire del mio viaggio al limitare
delle paludi ti volevo ad alta voce e tu apparivi,
ti chinavi come mai e mi squarciavi il cuore.
Rosa di Heidegger
1 novembre 2011
Nume gelido delle vergini d’acciaio
il cornetto, il cappuccino. Versi
nel corpo pingue per il tuo viso esangue.
Per languire al plurale, slinguare,
sfigurare nel godere
di Roma aventina e postequinoziale,
presolstiziale, più semplicemente
primaverile. Torno al clivo
dove la fine in fondo
è dove sale. Rammemorante
e calcolante il pensiero
di te che mi azota esilarante, ogni notte
fonda, ogni mattina inoltrata che latra
o guaisce, punisce il ricordo nel rumore
del russo, del busso dell’ancora non posso
l’inganno del mondo, il dio tondo
che si fa tubero, pomo d’oro
energetico, basilico acrilico il fondo del cielo,
meta e simbolico il pelo nell’uovo.
Metafora della natura per metà è fuori
città, mentre la parte restante dallo sguardo
è assente. Si, stupisce. Chi attraversa
sulle strisce, chi si ferma, chi investiti i pensieri
s’allontana. Ti faccio più che bella,
bellissima era ieri.
Il lavoro intellettuale come professione
1 novembre 2011
Il tuo inglese partigiano, Arianna è
come di Milton il perduto paradiso
in cui amore è, e per inciso, dirupo e filo.
Le parole senza carezze sono urla e grida,
la passione non corrisposta è solo furia.
La paura è, per Bacco nipote di Armonia,
lasciata al crescere dell’edera
intorno alle tue aiuole di bulbi e fiori gialli,
della vite, dei suoi raspi tra le vite sotto i portici.
Rospi e principi tra i falsi amici
che, mi insegni, non aiutano a tradurti.
Giulia di secondo nome
1 novembre 2011
Non mi chiedere ora di sapere più
di quello che posso ancora raccontare.
Certo dal lungo secolo borghese
ha vissuto al terzo millennio e poi
la civiltà di Cristo.
C’erano per gli spicci le carrube,
i succedanei e il mercato nero,
i mostaccioli, le mosciarelle. Quando
già capivo c’era Rossana, Cirano,
il punch, le sorelle e le caramelle
già quadrate, rabarbaro, anice
o latte e miele, al Quadraro come altrove
l’aglio un po’ bruciato, il fritto ed il gelato.
La lana s’aggomitola e srotola ricordi
infeltriti sotto ascelle e narici otturate.
Primavere, piante curate, il Messaggero
e la Repubblica ogni tanto.
È passato tanto, e non poi tanto tempo.
Ora vola senza più cadere, solida la terra
e le sue gambe sopra i piedi.
L’equilibrio materico
1 novembre 2011
Offerta rustica alla ninfa plastica,
dov’è il principio di piacere
è il semplice non essenziale.
Come il cane, il gatto di casa,
la donna del noncolore perla,
il giallo pantone, il rosone di stucco,
il cannone brunito di bronzo
azzurro cielo, come tutto fosse vero,
incombusto.
L’ufficio del cuore in fin dei conti,
un lavorio del mare.
Musa tra i trucchi in fila
sul G.R.A. come tra troppi
con l’immaginario tra i piedi
il mio pensiero ai tuoi, neri
sulla passerella delle arti,
sulla montagna tra le stelle
e nella palude come le belle
di ogni rivoluzione.
La Senna nel bel mezzo
con una penna figlia
di memoria ottusa
e divinità imperanti.
Euterpe mia, ti ricordi
ero come sono, tra Clio ed Erato,
ero a Torino, a Marsala,
erano i trent’anni e una cena di gala.
L’Italia era la Gang, una segreta, la mela stregata.
La patria era il mondo occidente,
era Parigi, Londra, l’Arcadia, era l’Africamerica.
Tutto era a Roma. Tutto era casa.
Ora Melpomene allo specchio
per essere quasi insomma libera
si fa prigioniera del gabbiere morente.
Tersicore apparecchia per il gioco,
dice di tutti per maschera di parte
e di nessuno per fugarne il dubbio.
Talia, edera della verità che non ha musa
Urania, si fa divina sul divano,
la filosofia alla mano.
Polimnia, facoltà del divino e del dispari
muove l’acqua marina e con le cuffie
fa nota del blu oltremare e del terrestre,
lascia intravedere ogni stagione
e la semplicità.
La vita che riposa tagliata e miele
e olio, è quanto offro nel desiderato
trasparente, un caffè o anche amore.
Bolle di sapone per giocare
1 novembre 2011
Mazzetta cronica di foglio in foglio
un sasso, un villaggio, un laghetto, un bagno,
banche d’affari e case grandi e lontane
dalla politica dei fori tutt’intorno a finestre
care. Il godere della feria, della storia,
di un impiegato dell’incoscienza migrata
dalla vena all’occidente in crisi
di transustanziazione sul punto percentuale.
Celeberrima responsabilità, sogno in rassegna
virtuale, il tre per due fa cinque e la stampa,
poltrona di gabinetto, della mano il disimpegno.
Luogo umano sullo spigolo della retorica
civiltà che senza volerlo fu di dita amiche.
Lavoro imparziale del tempo ambiguo,
ronzio che fa bello il bello,
immateriale didascalia e bella la giornata.
Bolle di sapone per giocare
1 novembre 2011
Mazzetta cronica di foglio in foglio
un sasso, un villaggio, un laghetto, un bagno,
banche d’affari e case grandi e lontane
dalla politica dei fori tutt’intorno a finestre
care. Il godere della feria, della storia,
di un impiegato dell’incoscienza migrata
dalla vena all’occidente in crisi
di transustanziazione sul punto percentuale.
Celeberrima responsabilità, sogno in rassegna
virtuale, il tre per due fa cinque e la stampa,
poltrona di gabinetto, della mano il disimpegno.
Luogo umano sullo spigolo della retorica
civiltà che senza volerlo fu di dita amiche.
Lavoro imparziale del tempo ambiguo,
ronzio che fa bello il bello,
immateriale didascalia e bella la giornata.
Disordini, libri, desideri e ordini
16 dicembre 2010
(anche a proposito dell’opera prima di Keith Gessen)
Atassia d’umore per cantieri aperti d’amore
quando la fine è il bene mi commuovo del valore
e molti non sanno quanto. Sia bello, buono e vero
il pianto nel sole aspro che dispera la tramontana,
romana invernale seccatura, fumogeni, spazzatura.
Quando la verità è la fine mi commuovo del volere
quel che chiami sonno per cui non vuoi cuscino.
Quando poi vedo bruciare il cielo e poco a poco
spegnersi il giorno penso sia stato uno sbaglio
svegliarmi, rincorrerti e baciarti e poi ridere
d’uno sbadiglio. Lacrima iperurania e cittadina
mi commuovo della befana, dell’inondazione
del Dnepr e della patria lontana quand’è vicina
come di te un po’ ho rabbia, ma nelle mie suole
col carro armato e dello spettro che si è infiltrato
nello specchio sento il buono e non mi riconosco.
(del resto di Jane Austen ho letto poco o niente)
Partizione dell’incuriosirti
27 novembre 2010
Tra gli ottimati non sono radicale
il buon senso penso sia utile
a volerti consigliare bene, o il male
sulla base del riflesso nello specchio
del cuore in cima al tuo indice nudo
che al centro ha il cuneo dell’iniziare.
Apparsa anche d’argento,
il viso sciacquato, l’avermi salutato.
Ti voglio parlare nazione, allo stato delle cose,
signora di paese tanto educata da non aver candore
di dire più chiaro il me ne frego e ad alta voce.
Nel mondo che evade le tasse
tu sei lo stupore e il malumore
del dire. Io giuro d’odiare il tuo passato
ogni presente di silenzio e il futuro
se tremano gambe e braccia per volere.
Ma questo è Catullo e non romana è la morte
precoce, del poeta la mia censura e l’oratoria.
Mi inviti interposta a essere elastico
ad ogni abuso di potere e d’arrivare.
Il tuo profumare mi libera d’incanto
del diritto caldo, con la norma fatta
d’eccezione che non vuol più dire
d’amore e considerò il provvidenziale.
Ma che ti dico a fare? Mi sconquasso, credo,
voglio e spero. Elastica debba essere ogni sfera
rimugino, mi risento e ti strasogno
nell’intimo del possibile, e in forma e fragile
non sbaglierei più verbo a disinfetta verità.
Troppo spesso ho visto figli di uomini
elastici di madri capienti del resto
laboriosi cittadini non nati tra le mani
dei sociologi sconsiderati, presto
alla statistica impacciati e assai devoti.
Rinasci, se riesci, o cerca, se volessi,
tutte o mezze le parole che direi
ma non chiedermi di non provare
a volerti raccontare del tacere
promesso a te che vivi d’aria
che crea correnti, che fa gocce
d’acqua degli amati insoddisfatti.
Il mio consiglio è d’apparire e di sempre parlare.
Il neo grande dove vorrei il tuo naso ti direi
è ora anche una casa nuova da arredare
dove potrebbe entrare il Maine e uscire mai.
Il cielo flottante
20 novembre 2010
Le talpe hanno unghie lunghe
dure negli anni le tane
e secche le guance che il pianto
nel sonno interrotto
fa sembrare di occhi che ovunque
hanno famiglie, fratelli
di sangue, satelliti e dei.
Comunicazioni informali e sindacati
ispettivi, bermuda cachi
e magliette baglioni.
Groviglio dell’olfatto e dell’attesa
22 ottobre 2010
Il tuo sole è abbracciato
per rispettarne l’approssimarsi
ed il vuoto. Le differenze
in leggi non scritte
nelle vite che vorremmo.
Perfette tu mi dici
gli idilli degli idoli essere le ali
dei porci, il patchouli di viaggi
portato dalla timida stimmate
residente su dita degli stravizi
irrenitenti. Croccanti, in gocce
saltuarie le fedi.
Sui polpastrelli, intimo dei ricordi
condividerei ogni verbo inquinato
e l’indubbio ausiliario del piovere.
La strada del dodo
16 ottobre 2010
(a proposito di noi, dell’arte contemporanea e di Fidel M’Banga Bauna)
Frequentiamo luoghi comuni. La rosa
la spina, l’onda e la luna. Con armi
spuntate da ogni fuoco
amico, intimo mai violento crepitio
dei pensieri riaffollati e di vaghi amori.
Frasi di proverbi anziani.
È l’ego smisurato, il fiato e il salato.
È la scienza di ogni incontro incerto
patologia sensazionale
che nega l’utilità dell’esperienza.
È la tua assenza.
È la terza persona colpevole
e ogni debolezza del sociale.
È la mano davanti all’occhio,
all’orecchio, ai vizi
invisibili del marmo.
(Mangiano riso sapido tra il riso sciocco
di poveri ragazzi ricchi cui il dito medio
-in cima all’opera- dice che verità
è benessere permanente e gente.
Consoliamoci poi che Milano è lontano,
la Cina vicina, che giovedì è passato
ed hanno finalmente anche lavato, lustrato
strade per foglie d’autunno inaspettate.)
A proposito di relazioni oggettuali
23 settembre 2010
Lustro, e anche i sandali di fine estate, scarpe
degli incubi migliori, mi riconosci e vedi bene
segni il segno o il palpitio, gracidare di stagno
ovunque intorno non teme ordine o divino,
è già questa una scoperta e uno stivale nuovo.
Mostri la ragione, il gioiello che non posso
che ricordo ma non vedo, che non devo
se tutto è vero quanto ogni risveglio
o come il volo.
L’alba più vicina offre un bicchiere d’acqua
nel ricordo scosso dell’aurora
o sul finire dell’arsura.
Lustro, atteso stesura su stesura
porto la bellezza, ha poco peso e non nella memoria
- è un contrattempo o una sciagura -
ha mistura, misura, la sua solita postura
va in un posto, è sola e vera, lascia la paura sul cuscino
d’inebetirsi il desiderio sulle spalle
e i sogni porge nel sospeso.
Aspetto, aspetto e poi mi scrivo.
La giornata cognominata
12 aprile 2010
Al cinema per trailer
osserva pellicole nuove
o si ostina a voler volare.
Alamo eremo elmo
Nastagio è innamorato
all’erta, la sera e il giorno.
Aspetta il Venerdì
ma figliola Tancredi
desidera Guiscardo.
Poiché non sogno
ancora anni
aeroporti, trolley.
La forma ottima
della peste
ha gambe belle.
Labbra tinte, è sola
sceglie. Dolce motteggia
dice e s’affaccia.
Straccia lo schermo, il cielo
inferno fa del piccolo sogno
e nel suo vuoto fa l’inverno.
Patafisica della partecipazione
1 aprile 2010
Al fiore della saprofita che candida
preferisco le macchine non quantiche,
donne senza verginità o di partito perso,
le schede bianche tra le scimmie bonobo,
gli indifferenti dei riflessi persi nel futuro,
oppure preferisco l’iperbato al perborato,
l’identità mestica alla finzione di massa.
Sulla matita intrusioni degli attenti
al capo chino o il dogma della narcosi.
Rasserenata la carta, piego e imbuco.
Mi accorgo così dell’informazione
metatesi del giudizio che interroga
sull’altrui assenza, accusa per scusarsi
e non trova conclusione ai sillogismi.
Speravo mi contasse senza vanto
e invece preferisce i riverberi del nero,
l’attivazione dei distratti
sorridenti tra i suoi denti
stretti, la parola della mano
che ad ogni piccola vittoria udita
concede quel che non ha tra le dita.
Preferisco quindi il vacuo amore,
semplice nel suo rivendicare,
al vostro inoculare allo specchio
dovuto alla matita tribadista
che precoci sapeste da libretti licenziosi,
ma non m’inganno, mi ricordo e sogno
la capiente scelta, scritta
che mi negò l’armonia perfetta.
Patafisica della partecipazione
1 aprile 2010
Al fiore della saprofita che candida
preferisco le macchine non quantiche,
donne senza verginità o di partito perso,
le schede bianche tra le scimmie bonobo,
gli indifferenti dei riflessi persi nel futuro,
oppure preferisco l’iperbato al perborato,
l’identità mestica alla finzione di massa.
Sulla matita intrusioni degli attenti
al capo chino o il dogma della narcosi.
Rasserenata la carta, piego e imbuco.
Mi accorgo così dell’informazione
metatesi del giudizio che interroga
sull’altrui assenza, accusa per scusarsi
e non trova conclusione ai sillogismi.
Speravo mi contasse senza vanto
e invece preferisce i riverberi del nero,
l’attivazione dei distratti
sorridenti tra i suoi denti
stretti, la parola della mano
che ad ogni piccola vittoria udita
concede quel che non ha tra le dita.
Preferisco quindi il vacuo amore,
semplice nel suo rivendicare,
al vostro inoculare allo specchio
dovuto alla matita tribadista
che precoci sapeste da libretti licenziosi,
ma non m’inganno, mi ricordo e sogno
la capiente scelta, scritta
che mi negò l’armonia perfetta.
Il famoso caso di ermeneutica ed eumetrica
16 marzo 2010
Certo non tutta
la scelta Poeta,
la costruttivista
che mi è chiusa,
è dettata da te.
Padre, madre e musa
pur presenti,
ascolti e non senti,
diga di città
nella campagna
profumo del remoto fare
concime errore che fa uomo
vivo, vegeto ed esegeta.
Esigo al sasso
parola esagerata
quindi, o lacrima e muffa
che facciano réclame
del piatto di pasta.
Ciò nonostante,
o la guasta
che la bella
s’appresta,
lontano da casa
nel mondo baro
certo potresti
ombra, essere faro.
Iago penso indaco
1 marzo 2010
Così ti devo rimborsare
delle more che non sempre
sono turche, del fico, Moro
di altri lidi, amico intimo
d’ago, filo e dei mirtilli
che sembrano non aver visto
tanto mare senza superficie.
O ringraziare del sapere
come viola sia il colore
del fiore che non vuole
l’azzurro che mi è vista
e l’angoscia di sua foglia
per il rasoio assente.
Perché insegni che il dolore
che piange di una donna
è del non conoscere ospite
e nonostante il suo volere
è avere e uscire e dire
delle ali spalancate odore.
Ti ricordo nel fastidio
del popolo che ti nota
davvero quasi a caso,
in tanto zafferano vivo
prima ancora che diventi spezia,
e trovo certa l’occasione
per quello che ti voglio
evacuare nel pensiero,
chiara come nel siero
ti voglio conservare,
o in assiomi che bastino
alla probabilità d’incontrarci
o invisibile non vederti.
Raccomandata
19 febbraio 2010
In dialetto proverbio
ed ogni detto
è quel che dovrei
praticare con te
perché hai disuguale
l’occhio di riguardo,
quel che non vede
nel sapere sensibile
che difendi proprio
del tuo analizzabile.
Potrei ma vaglio
nel mio conquistarti
questo tuo continuo
licenziare essenziale
il conoscere popolare.
Uscendo dal letto
mi dici poi con onestà
che ho dei difetti
che non sono d’oro,
ad esempio che – dici
sicura di te – non lavoro.
Annodare la cravatta
ed ogni mano stretta
è quel che dovrei
amare con te
perché hai disuguale
l’occhio di riguardo,
che sorride del caffè
dal dolce misurato
che è opportuno
del mio desiderarti.
Apologia della polemica
17 febbraio 2010
Il paese dei fiori
16 febbraio 2010


























